GABRIELE PETROSINO

PITTORE DELLA CIVILTA’ CONTADINA

Della produzione pittorica di Gabriele Petrosino, iniziata circa trent’anni fa, si può tracciare un bilancio più che positivo. Pittore per vocazione, dotato cioè di un talento naturale, ha rivelato già nelle prime opere una mano sicura e un grande intuito sia nell’individuare i temi ed i soggetti più congeniali che nella scelta degli strumenti e delle tecniche più adeguate. Non si ravvisano, infatti, nella sua prima produzione quell’incertezza, quelle cadute che sono frequenti nei giovani artisti, che operano in un contesto provinciale, lontano dai centri più attivi della cultura e dell’arte, con l’aggravante quasi sempre di non avere dietro alle spalle una scuola o una “bottega” di buon livello. Petrosino, con uno studio personale assiduo e paziente, con una notevole capacità di osservazione e di riflessione sulle cose, colte direttamente dal vero o viste trasfigurate nell’arte dei grandi maestri italiani ed europei, ha raggiunto presto una sua maturità espressiva. Una scelta fondamentale e vincente è stata quella di puntare sulla qualità più che sulla quantità, in ciò favorito dal non trovarsi nella necessità di produrre a ritmi troppo serrati. Ha sempre avuto nel suo lavoro l’agio di raggiungere la decantazione richiesta da un prodotto rifinito e puro. Nei quadri della seconda metà degli anni ottanta la lezione del neoimpressionismo francese appare pienamente assimilata. Ne fanno fede “Attesa”, un vero ritratto (genere in cui inizia a cimentarsi presto, ottenendo poi il risultato più alto in quello del padre), “Vaso con fiori”, “Ponte di Napoli”, “Una vita insieme”, “Cicc i matt”: tutti quadri in cui l’autore adopera la tecnica del procedimento a puntini, sicuramente non immemore dei francesi Seurat e Signac, magari mediati dal Severini del primo periodo parigino. Suppergiù nei primi anni novanta avviene quasi insensibilmente il trapasso da un personale puntinismo a una pittura realizzata con piccole pennellate più lineate che punteggiate. Indubbiamente Petrosino guarda con molta attenzione a Van Gogh (caro anche ad un conterraneo più anziano di una generazione, il narratore e pittore Domenico Iacobone di Alvito). I “Laghi” e gli “Uliveti” del 1992 ne portano i segni più evidenti, ma una memoria del grande olandese è avvertibile anche in quadri successivi, influenzando non solo la pennellata ma anche i colori (in particolare certi gialli che si sposano armoniosamente con le tonalità verdi, azzurre o glauche che ci sembrano le predilette e le più congeniali al nostro pittore). Come centro ispirativo Petrosino predilige il suo habitat naturale, che va dalla natia Fontechiari a Sora, luogo di residenza, con piccola deviazione, lungo l'amato itinerario, verso il lago Fibreno che gli ispira alcune delle tele più belle. Sono i luoghi dell'anima, di cui coglie e rappresenta l'antica vocazione agricola, soprattutto nelle numerose “Campagne ciociare”. E' un tema congeniale da cui non riesce a staccarsi, variandolo continuamente, con modi sempre più affinati e approfonditi. Le sue campagne hanno spesso per protagoniste le donne, di cui viene esaltata la laboriosità, la sobrietà, la pazienza, quali virtù intramontabili e sacre, proprie della vita dei campi. E le donne più degli uomini, emigrati o occupati nelle fabbriche, ne sono oggi più di ieri le vere custodi. Sin dalla metà degli anni novanta fa la prima comparsa nella sua arte un altro tema: il mercato, per altro legato, come sbocco naturale, al lavoro agricolo e a un artigianato anch'esso al servizio dell'economia rurale. L'ultima produzione di Petrosino è caratterizzata proprio da questo tema, che ha comportato anche un ulteriore, anche se sobrio, arricchimento della gamma dei colori, con una maggior presenza dei rossi e delle loro gradazioni. Anche la figura umana è maggiormente presente nella più recente produzione, ma è mutato il modo di rappresentarla. Malgrado la pesantezza del loro lavoro, le contadine creavano intorno un'atmosfera serena, quasi idilliaca. Gli uomini e le donne dei mercati presentano una maggiore durezza; sono ritagliate e come scolpite a linee grosse ma nette, con una nuova figurazione dei volumi che fa pensare al cubismo, in uno spazio poco ameno. Si direbbe che a loro è affidato il compito di rappresentare un mondo modernamente più cupo e inquieto. Sono questi mercati, ultimo approdo del pittore, a suggerire aspetti di una realtà diversa, che però ancora non è riuscita a scalfire negativamente la natura – splendida- e l'uomo schietto delle nostre campagne.

Gallinaro, 20 marzo 2007

Gerardo Vacana

 

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